“Quando era l’ospedale a cercare i pazienti in quartieri e parrocchie”

La passione di un ex dirigente di ASST per la storia dell’antenato del Carlo Poma: a caccia di documenti per ricostruire 350 anni di sanità mantovana

Tutto comincia da un sigillo dell’antenato del Carlo Poma, l’Ospedal Grande. Risale al 1680 e raffigura la Madonna della Cornetta, che a partire dal Medioevo fu invocata dal popolo come protettrice di Mantova.  

“Per Cornetta s’intende incoronata”, puntualizza lo storico locale Gilberto Roccabianca, che da una decina d’anni è immerso nel  passato della sanità mantovana. Conosce come le sue tasche gli scaffali dell’Archivio di Stato, dove può imbattersi negli scorci più affascinanti delle alterne vicende di chi ci ha preceduto.

Inizialmente – spiega Roccabianca – l’ho fatto per ricostruire l’origine di Fondo Ostie e dei territori circostanti. Era il 2012. Con la cooperativa La.Co.Sa. mi stavo dedicando alla ristrutturazione della cascina che oggi, in collaborazione con ASST, ospita attività riabilitative per i disabili psichici. In quell’occasione avevo scoperto che nel 1886 l’edificio fu donato all’ospedale di Mantova da un pastaio, il quale lo acquistò a sua volta da un agricoltore e quest’ultimo da un commerciante ebreo. Sono risalito fino al 1636, anno in cui il fondo venne lasciato in eredità ai padri camilliani, che erano anche cappellani dell’ospedale, da Margherita Carlini, riconoscente per le cure prestate al marito morto di peste”.

Così è iniziato il viaggio appassionante di Roccabianca. Di pagina in pagina e di archivio in archivio: Venezia, Pavia, Milano, Vienna. A caccia di tasselli per il ‘mosaico’ dell’Ospedal Grande di Piazza Virgiliana, un mistero sempre più risolto, grazie alla dedizione del mantovano. Il quale in realtà è doppiamente legato all’oggetto dei suoi studi. Visto che nell’azienda del Pompilio ha trascorso l’ultima parte della sua carriera, dal 2001 come dirigente dell’ufficio Flussi Informativi e Drg, dal 2005 al 2010 nel ruolo di direttore del Dipartimento di Psichiatria.

In collaborazione con i professionisti e i pazienti ha quindi partecipato alla creazione di Radio Rete 180, La Voce di chi sente le voci, ed è stato fra i fondatori della cooperativa sociale La.Co.Sa., che si propone di creare occasioni di lavoro e socializzazione per gli ex pazienti psichiatrici. Dal 2012 collabora inoltre con il periodico d’informazione di ASST Mantova Salute, mettendo il suo hobby intellettuale a servizio della rubrica Come eravamo. Diversi articoli dello stesso ambito di ricerca sono stati pubblicati su riviste scientifiche.

Perché l’Ospedal Grande cattura la sua attenzione? Innanzitutto è stato per 350 anni l’ospedale della città, un’istituzione con la i maiuscola. Poi: “Mi incuriosisce la sua origine laica, in quanto emanazione dell’associazione benefica denominata, appunto, Consorzio di Santa Maria della Cornetta. L’hospitale era uno dei pochissimi del nord Italia a contare su medici stipendiati. Uno o due, più altrettanti chirurghi, che disponevano di un appartamento all’interno della struttura per intervenire in caso di urgenza. Centri prestigiosi come Parma, Vicenza e Verona si avvalevano di consulenze, non di dipendenti”.

Fino al Cinquecento gli ospedali svolgevano funzioni non solo di cura, ma anche sociali: accoglievano pellegrini e orfani, sostenevano i poveri, crescevano gli esposti: “Altro aspetto degno di nota, la ricerca attiva degli ammalati e degli indigenti. Non erano questi ultimi a bussare alla porta, ma l’ospedale stesso a individuarli attivamente grazie a una rete capillare di informatori sparsi nei quartieri e nelle parrocchie. Erano accettati per il ricovero, gratuito, i “miserabili”, cioè gli accattoni e i senza dimora. I “poveri vergognosi”, cioè i numerosi artigiani o mercanti che un tempo avevano goduto di un certo benessere ma che a seguito di malattie o disavventure negli affari erano scivolati ai gradini più bassi della scala sociale. E i “poveri lavoratori”, con un’occupazione non era sufficientemente redditizia per sbarcare il lunario”.

Mille storie, che emergono dalla polvere dei secoli. Del resto, come si può leggere e affrontare il presente senza conoscere le proprie radici?

 

Nella foto, Gilberto Roccabianca

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