Poesia che cura: quel carcere popolato di sogni e ricordi da rammendare

L’esperienza di un laboratorio di scrittura autobiografica nella casa circondariale: “La scrittura è una carezza che facciamo alla nostra memoria”

All’interno della seconda edizione del percorso “La parola come cura. Il carcere incontra la poesia”, tenuto dalla Corte dei Poeti in collaborazione con Asst Mantova, mi è stata chiesto, come professionista dell’area sociale, di organizzare un laboratorio esperienziale nel carcere di Mantova, in quanto ho consolidato in questi anni esperienze di iniziative finalizzate alla promozione del benessere sul territorio di competenza del Consultorio Familiare dove lavoro.

Quando mi è stata chiesta questa collaborazione, i quesiti che mi sono posta sono stati: come posso declinare la mia attività dentro un carcere? Gli interventi in questa struttura possono essere di competenza anche dell’area sociale e possono riguardare l’ambito consultoriale? Come è possibile lavorare con i vissuti e i ricordi delle persone detenute?

A partire da questi quesiti, mi sono venute in mente alcune considerazioni. Quando si parla di detenuti in carcere è come se questa etichetta togliesse l’identità alle persone. Cioè è come se ci si dimenticasse che i detenuti sono persone, uomini e donne che hanno una famiglia alle spalle, spesso sono stranieri, madri e padri a loro volta, giovani che hanno inseguito sogni che poi si sono scontrati con la realtà, progetti infranti, relazioni interrotte, caratterizzate da sensi di colpa. Quindi famiglie e persone che potrebbero essere utenti di un servizio territoriale quale il Consultorio familiare.

Mi ha molto colpito la “Lettera aperta sulle carceri a Raymond Barre, sindaco di Lione. Mentre voi sognate”, dello scrittore John  Berger, proprio sul tema in questione.  Berger scrive : “…qual’è l’edificio che ospita il più gran numero di sogni? La scuola? Il teatro? Il cinema? la biblioteca? L’Hotel Intercontinental? La discoteca? E se fosse il carcere? Innanzitutto un carcere moderno è fondato su tutto un insieme di sogni: il sogno della giustizia civica, il sogno della riforma, il sogno della polis della virtù civica. E poi ci sono i sogni sognati adesso, notte per notte, che certo comprendono anche gli incubi e il terrore dell’insonnia…c’è il grande sogno permanente dell’evasione”.

 Nella mia esperienza di lavoro in questo contesto, avevo notato che le persone che finiscono in carcere non perdono solo la libertà, ma perdono anche l’uso di alcuni organi di senso, come la vista, l’olfatto e il tatto. Questo mi è stato riportato in modo significativo dalle persone incontrate, come se i cinque sensi subissero la detenzione. La vista, perché si riduce il campo visivo, che viene frammentato dalle sbarre, dalle mura alte, che permettono di osservare solo spicchi di cielo; l’olfatto, perché l’affollamento nelle celle e il luogo chiuso finisce col rendere indistinguibili gli odori, e l’unico che rimane è la puzza; il tatto, perché il contatto fisico con figli, partner, genitori è complicato se non impossibile, soprattutto quando la struttura è lontana da casa. Aggiungerei anche l’udito, perché i suoni delle tante parole e i rumori delle porte metalliche che si aprono e chiudono, diventano un sottofondo costante, che satura lo spazio e la mente.

Alla luce di queste riflessioni, ho proposto tre incontri, a cadenza mensile, tra ottobre e dicembre 2023, utilizzando la metodologia della scrittura autobiografica. Gli stimoli che sono stati utilizzati come attivatori della scrittura, rientravano nell’area della consapevolezza di sé, a partire dal proprio nome, dal corpo e dalla memoria.

Ad ogni incontro hanno partecipato circa 30 persone, uomini e donne, suddivisi in sottogruppi di lavoro. Dato l’elevato numero dei partecipanti, ho avuto il prezioso aiuto di Marisa Pini, con cui mi sono confrontata per scegliere le suggestioni che di volta in volta abbiamo utilizzato nelle attività, oltre che di Lucia Papaleo e Carla Villagrossi, nella gestione dei gruppi di lavoro. Tutte queste colleghe fanno parte della Corte dei Poeti di Mantova.

L’esperienza degli incontri è stata particolarmente intensa e suggestiva, anche per la partecipazione attiva e disponibile dei partecipanti. A conclusione del percorso, io e Marisa Pini abbiamo deciso di scrivere e leggere due lettere di restituzione al gruppo dei partecipanti, che, meglio di qualsiasi resoconto, danno l’idea del clima emotivo che si è creato.

Si rammendano ricordi

Di seguito il racconto della mia esperienza: “In questo percorso vi ho parlato della memoria come luogo dove i ricordi sono depositati. Rammendando i ricordi, penso che abbiate sperimentato un modo diverso di prendervi cura di voi. Io sono entrata nel mio magazzino dove ho messo i ricordi degli incontri con voi: da questo voglio estrarre qualcosa dato che i passi mi hanno portato qui a condividere questa esperienza con voi.

Ho passeggiato tra i vostri ricordi attraverso i vostri sensi; ho sentito il profumo del pane caldo appena sfornato, dell’erba appena tagliata, ho percepito il tocco lieve delle carezze che avete dato, ho sentito il rumore delle chiavi che chiudono le porte. Il mio sguardo è andato sulle vostre mani che hanno imparato a fare molte cose e da cui sono scaturite tante abilità. Ho potuto immaginare le strade che avete percorso, strade a volte difficili, interrotte ma spero un giorno i vostri piedi vi portino in sentieri nuovi, aperti, dove si possa vedere un nuovo orizzonte. Ho cercato di fissare nella mia memoria i vostri visi, i sorrisi, le parole sussurrate, gli sguardi curiosi, gli abbracci delle donne, le vostre caramelle, ma una cosa che rimarrà nella mia memoria è il vostro calore, il suono degli applausi dopo ogni condivisione, la vostra accoglienza e la partecipazione a questo percorso (Roberta Pasotti).

Le carezze della scrittura

Di seguito il punto di vista di Marisa Pini.

“L’esperienza della scrittura è come una piccola carezza alla nostra memoria. Quando scriviamo, i nostri pensieri attraversano i ricordi belli, dolorosi, ridicoli, silenziosi della nostra vita.

I ricordi ci appartengono, prendersene cura significa dare loro nuovi respiri. La scrittura è il respiro di momenti dimenticati che si appropriano di nuovi significati. Penso che questa esperienza sia stata proprio donare una carezza e un nuovo respiro ai nostri ricordi.

Dedicare un tempo, uno spazio della nostra giornata alla scrittura è scegliere con quali colori dipingere le parole per ricomporre la nostra memoria e osservare, in questo nuovo dipinto, un’altra storia possibile.  

Ma la scrittura è anche qualcosa di più. È un incontro tra chi scrive e chi legge o ascolta quelle parole. Le parole scritte, infatti, diventano un patrimonio collettivo nel momento in cui ognuno di noi può trovare una parte di sé, accoglierla e trasformarla in una nuova esperienza di vita.

Di tutto questo vi ringrazio. La generosità mostrata nel donare le vostre parole, nel prestare la propria mano alla scrittura dei pensieri altrui, mi ha permesso di accarezzare ricordi lontani e trasformarli in una nuova energia. L’augurio che faccio a tutte e a tutti voi è che una nuova energia vi accarezzi sempre”.

Oltre a ringraziare le colleghe della Corte dei Poeti, sono grata, per la fiducia che mi ha accordato, a Laura Mannarini, responsabile della Medicina Penitenziaria, che si è occupata della parte organizzativa ed è sempre stata presente agli incontri, e al personale della Polizia Penitenziaria, per il clima  di accoglienza ed empatia che hanno mostrato sia nei nostri confronti, che con le persone detenute nella struttura.

Un altro elemento che voglio segnalare riguarda l’ambiente che ho trovato, che ritengo abbia inciso sulla possibilità di creare un clima emotivo caldo e accogliente, necessario per poter lavorare sugli aspetti di intimità che si attivano in questi incontri. Gli spazi dove ci siamo incontrati sono arredati in modo confortevole, le pareti sono colorate con tinte pastello, decorate con citazioni suggestive, elementi che restituiscono dignità alle persone, attenuano, per quanto possibile, la sensazione di chiusura e di privazione di libertà che le strutture carcerarie evocano inevitabilmente.

“I ricordi sono tessuti con fili sottilissimi; il tempo produce buchi nel tessuto, che vanno rammendati con il mito e la favola…un racconto parla inevitabilmente di famiglie, delle loro vittorie e delle loro ferite, e di chi non c’è più, compresi i fantasmi che faticano a scomparire”

(A. Verghese, Il patto dell’acqua, Neri Pozza ed.)


Di Roberta Pasotti, assistente sociale Asst Manrtova

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