L’arte come cura: utopia o possibilità per costruire il futuro? Al Polirone una biennale unica in Europa

Esposte nel complesso monastico di San Benedetto Po 250 opere di 59 arteterapeuti provenienti da vari Paesi europei. Laboratori, momenti musicali e un convengo per mettere a confronto i professionisti del settore

L’arte, con la sua capacità di scuotere le coscienze, può proiettarci più in là nel tempo? Questa società abituata all’eterno presente riesce ancora a sognare, progettare, sperare in un domani accogliente? Magari sulle ali di quella farfalla che si posa sopra il colletto dell’abito di una donna. In un mondo in cui possano coabitare in armonia umani, animali, vegetali, minerali. O nella parabola di una trapezista che sorvola il bianco e nero dei binari della storia. O ancora, nelle braccia rivolte verso l’alto a interrogare il cielo di quegli omini variopinti sullo sfondo del giardino di un’abbazia.

L’arte che ci fa correre, sostare, desiderare. L’arte che si prende cura del futuro: possibilità o utopia? Ruota attorno a un tema caro alla cultura monastica la terza edizione della Biennale di arteterapia, mostra internazionale allestita nel complesso monastico di San Benedetto Po (Mantova) dal 3 al 17 aprile. Un dialogo al contempo delicato e potente fra le opere realizzate da arteterapeuti e gli spazi museali, con l’idea di una reciproca valorizzazione.

Il coordinatore del progetto Carlo Coppelli racconta un’avventura partita nel 2022, nell’ambito del 22esimo convegno internazionale ‘Co Construct Healing Spaces’ e del primo festival internazionale di arteterapia per la psicosi, organizzati in Umbria: “In quell’occasione abbiamo ideato una mostra dal titolo ‘Nero è l’albero dei ricordi, azzurra l’aria’. Hanno esposto oltre trenta arteterapeuti, testimonianza di incontro e apertura sulla relazione fra arte e cura. Il filone di quest’anno è legato al contesto polironiano, all’opportunità di rimettere al centro il concetto di utopia, oggi un po’ dimenticato a favore di prospettive distopiche o retrotopiche”.

La vera utopia, continua Coppelli, “consiste nel fare assumere all’arteterapia la dignità di disciplina ufficiale”. Si sa che funziona, nei settori della riabilitazione, dell’educazione e come terapia vera e propria: “Eppure manca un riconoscimento ufficiale. Uno degli intenti della nostra biennale, per altro unica in Europa, è quello di generare un confronto fra le esperienze di diversi Paesi europei, alcuni dei quali propongono una formazione universitaria. L’Italia, invece, offre solo percorsi privati”.

La risposta al bando mantovano è stata molto positiva: 59 partecipanti, contro i 38 dell’edizione precedente, che si è svolta nella Loggia dei Lanari e nella ex Chiesa della Misericordia a Perugia. La collaborazione attiva dell’amministrazione comunale di San Benedetto Po ha permesso di radunare artisti provenienti da Italia, Brasile, Croazia, Francia, Germania, Malesia, Montenegro, Polonia, Slovenia, Svizzera, Venezuela. Circa 250 le opere da ammirare nella Galleria Mostre, della Sala del Capitolo e del chiostro intermedio del monastero di Polirone. In programma anche eventi collaterali: laboratori espressivi, concerti e una giornata di studio in calendario il 18 aprile.

“Pensare ‘altrimenti’, come ho scritto del testo di accompagnamento al catalogo dell’esposizione, è doveroso – spiega Marco Panizza, curatore dell’evento insieme a Coppelli – poiché l’arte è sempre un dono. Non toglie, dà. La passione ci ha spinto verso un bellissimo risultato e ci porterà a pianificare altri momenti di condivisione, auspicando di trovare il sostegno economico adeguato. Io ho voluto mettere a frutto il mio vissuto di conservatore del Museo Galleria del Premio Suzzara, che nell’arco di dieci anni a partire dal 2006 mi ha consentito di attivare laboratori per arteterapeuti in varie realtà della provincia di Mantova, collaborando proficuamente con Carlo Coppelli”.

Entrambi i professionisti parlano dell’importanza di essere artisti o almeno profondi conoscitori dell’arte e delle sue tecniche per diventare bravi arteterapeuti. Di riaccendere i riflettori sugli studi di settore, rigogliosi nei due dopoguerra fino agli anni Settanta e poi “ridotti a causa del taglio dei finanziamenti”. Inoltre: “Si è detto molto sulla capacità dell’arte di sentire ed esprimere emozioni, aspirazioni, paure. Meno sull’arte come linguaggio, in grado di comunicare universalmente. Ancor meno si è indagato sul bisogno individuale di estetica, anelito a una generica soddisfazione oltre che codice visivo personale. Un’identità artistica in grado di essere poi trasmessa, compresa dagli altri, resa comune”.

Perché sì, l’arte ci ricorda che siamo nella stessa barca a veleggiare nei mari dell’esistenza. Lo dicono forse, in contrasto con il verde acceso dell’erba lì vicina, le magliette bianche stese come bucato sotto le volte del chiostro benedettino. A significare la necessità di sentirsi tutti uguali, minimali, spogli nel creato. E di parlare la medesima lingua.

di Elena Miglioli

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