Una studentessa dei corsi di laurea con sede a Mantova: “La salute non si esaurisce nell’intervento tecnico, ma si costruisce anche nella relazione, nell’ascolto, nella presenza”
Se qualcuno chiedesse cosa significhi, per me, studiare infermieristica, potrei rispondere in molti modi. Potrei descrivere un percorso universitario impegnativo, articolato tra scienze biologiche e cliniche, tirocini formativi e una progressiva assunzione di responsabilità. Eppure, la risposta più autentica è anche la più essenziale: studiare infermieristica significa scegliere, ogni giorno, di prendersi cura delle persone.
Prima ancora di riflettere sulla cura però, è necessario interrogarsi su ciò di cui ci prendiamo cura. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 1948, ha definito la salute come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplicemente assenza di malattia”. Una definizione che ha avuto il merito di introdurre una visione profondamente olistica della persona.
Tuttavia, il concetto di salute, nella sua formulazione più ampia, mostra anche alcuni limiti. Nella realtà concreta dell’esperienza umana, infatti, essa difficilmente si configura come una condizione pienamente raggiunta e stabile: esistono fragilità, cronicità e condizioni che non consentono di aderire a un ideale di “completezza”.
In questo scenario acquista particolare rilevanza la definizione di salute proposta da Alessandro Seppilli, intesa come “una condizione di armonico equilibrio funzionale, fisico e psichico dell’individuo, dinamicamente integrato nel suo ambiente naturale e sociale”. Tale prospettiva, più dinamica e realistica, consente di collocare con maggiore chiarezza il ruolo dell’infermiere, che non si esaurisce nel perseguimento di una perfezione irraggiungibile, ma si esprime nella capacità di garantire una presenza competente, continua e significativa. Anche quando la guarigione non è possibile, resta sempre centrale la possibilità – e la responsabilità – di prendersi cura.
Questo orientamento si traduce, nella pratica quotidiana, nell’incontro con persone che non sono mai riducibili alla loro diagnosi. Ogni paziente è una storia: porta con sé relazioni, paure, valori, un proprio modo di abitare il mondo e la malattia. La salute non si esaurisce nell’intervento tecnico, ma si costruisce anche nella relazione, nell’ascolto, nella presenza.
In questa prospettiva, la riflessione di Luigina Mortari offre uno sguardo particolarmente illuminante: il prendersi cura non è un gesto automatico né esclusivamente tecnico, ma una pratica intenzionale, che richiede attenzione, responsabilità e capacità di stare nell’incontro con l’altro. L’ascolto, in questa prospettiva, non è solo raccolta di informazioni, ma riconoscimento autentico della persona nella sua unicità.
Un’immagine altrettanto significativa è proposta da Edoardo Manzoni, che descrive la professione infermieristica attraverso la metafora delle radici e delle foglie: le radici rappresentano i fondamenti etici e umanistici della cura, invisibili ma essenziali; le foglie sono le competenze tecnico-scientifiche, visibili e necessarie. Senza radici solide, anche le competenze più avanzate rischiano di perdere significato. È una riflessione che interpella ciascuno di noi: quale professionista vogliamo diventare?
Nel concreto della pratica clinica, tutto questo prende forma in gesti semplici ma profondamente significativi, proprio come ho avuto modo di vedere durante i miei tirocini. È la paziente che, durante una procedura, condivide un ricordo; è l’anziano che cerca una mano da stringere; è chi esprime gratitudine per un gesto di attenzione. Sono momenti apparentemente minimi, ma carichi di valore, perché esprimono la fiducia che una persona ripone in noi. Nessun protocollo potrà mai esaurire questa dimensione. Nessuna tecnologia, per quanto avanzata, potrà sostituire la capacità di esserci.
Il modo in cui ci prendiamo cura, però, non è indipendente dal contesto in cui viviamo. Siamo immersi in un’epoca caratterizzata da un rapido sviluppo tecnologico — pensiamo all’intelligenza artificiale — che rappresenta una risorsa fondamentale per la qualità e la sicurezza delle cure. Tuttavia, proprio in questo contesto, emerge con maggiore evidenza ciò che resta insostituibile: la presenza umana. Un dispositivo può rilevare dati oggettivi, ma non può cogliere l’angoscia, il bisogno di ascolto, la necessità di non sentirsi soli. La specificità della professione infermieristica risiede proprio in questa integrazione tra rigore scientifico e profondità relazionale: è, insieme, arte e scienza.
Formarsi in un contesto come quello di Mantova significa, inoltre, sviluppare una particolare sensibilità verso la multiprofessionalità. La presenza di più corsi di studio delle professioni sanitarie all’interno di una stessa struttura favorisce la collaborazione tra figure diverse, ognuna con il proprio sguardo e le proprie competenze. E la possibilità di svolgere tirocini clinici non solo in ospedale, ma anche in contesti territoriali e comunitari, ci insegna che la salute non si costruisce soltanto nei luoghi di cura, ma anche nelle relazioni quotidiane, nei contesti di vita, nella socialità. Dietro ogni procedura vi è una persona che si affida alla nostra competenza e alla nostra umanità. Questa fiducia non è mai scontata: si costruisce e si custodisce nel tempo.
A chi oggi intraprende questo percorso, vorrei dire che non mancheranno momenti di difficoltà e sconforto, ma ci saranno anche esperienze capaci di restituire senso e valore a ogni sforzo. La gratitudine di chi si è sentito accolto rappresenta una forma di riconoscimento profondo. Ma soprattutto: abbiate cura delle vostre radici. Coltivate il sapere, senza perdere di vista il significato di ciò che fate. La competenza tecnica è indispensabile, ma è la qualità della presenza a rendere autentica la cura.
Studiare infermieristica non significa soltanto prepararsi a una professione. Significa imparare, giorno dopo giorno, a prendersi cura della vita degli altri. Non esiste responsabilità più grande. E, allo stesso tempo, non esiste privilegio più grande.
Di Giulia Cantoni, studentessa 2° anno di Infermieristica, Università di Brescia sede di Mantova
Abbiamo riportato in questo spazio la testimonianza della studentessa in occasione della giornata inaugurale delle attività didattiche dell’Università degli studi di Brescia, sede di Mantova, che si è tenuta al centro sociale Artoni del quartiere Lunetta il 31 marzo 2026.